Registrati da Steve Albini: 17 album fondamentali da ascoltare

È stato coi Big Black che Steve Albini ha cercato di tirare fuori il suono più incazzoso e spaventoso che abbiate sentito in vita vostra. Usava un plettro metallico per rendere più graffianti i riff di chitarra, utilizzava la drum machine per avere un tocco robotico, cantava di cose particolarmente disgustose. Il primo album della band Atomizer si apre con un pezzo che parla di abusi sui minori (Jordan, Minnesota) e ne contiene un altro, Kerosene, su persone che si annoiano a tal punto da darsi fuoco a vicenda. È Albini al top tanto’è che sull’EP seguente, Headache, era appiccicato un adesivo che avvertiva i fan che non era all’altezza di Atomizer. La band ha resistito un solo altro album, Songs about Fucking del 1987 (KG).

Two Nuns and a Pack Mule

Rapeman

1988

Dopo i Big Black, Albini – famoso per le opinioni al limite tanto quanto per la musica – diventa ossessionato da un manga giapponese su un supereroe che commette abusi sessuali. Del nome della band dirà nel 2014 che «non posso giustificarlo, soprattutto agli occhi di chi è particolarmente sensibile all’argomento per via della sua storia personale, ma non sono nemmeno disposto a scusarmi». Se si riesce a superare il nome, si scopre che la musica di Two Nuns and a Pack Mule e dell’EP Budd è un po’ più pop rispetto a quella spaccatimpani dei Big Black e che ha spianato la strada all’esplosione del grunge che avverrà tre anni dopo. È un noise rock ballabile, basta volerlo fare… e perdonargli il nome. (KG)

Con quest’album Albini e una band poco nota di Boston hanno inventato il suono dell’alternative rock degli anni ’90. La combinazione tra la stupefacente abilità nello scrivere canzoni, lo strano senso dell’umorismo, la dinamica sonora vuoto-pieno e la sensibilità giocosamente contorta dei Pixies si sposavano perfettamente a la filosofia di registrazione “verista” di Albini. È un disco che ti spezza e che allo stesso tempo ti fa sorridere, dall’apertura di Bone Machine al capolavoro di Kim Deal Gigantic fino a Where Is My Mind. «Quando sono al top fanno blando college rock», ha detto Albini. E invece quest’album ha cambiato il mondo. (JD)

Ai tempi di Surfer Rosa dei Pixies, il grosso del lavoro creativo lo faceva Black Francis, ma uno dei pezzi migliori, Gigantic, era della bassista Kim Deal, che ne è co-autrice e interprete. Due anni dopo, Albini ha prodotto il disco di debutto della nuova band di Deal, le Breeders. «Ci sono produttori che diventano il quinto membro della band», ha detto Deal nel 1993. «Chiedevamo a Steve: “Quale suono di chitarra preferisci tra questi?”. E lui rispondeva: “Non me ne frega un cazzo. Non è la mia band! Fate quel cazzo che volete. Ditemi solo quando siete pronti così piazzo i microfoni”». È così che è stato creato uno dei dischi fondamentali dell’era del rock alternativo, l’album che ha reso Kurt Cobain ancora più sicuro di voler lavorare con Albini. L’amicizia tra Deal e Albini è continuata fino all’ultimo delle Breeders del 2018. (AG)

Seamonsters

The Wedding Present

1991

Un’accoppiata inaspettata. I Wedding Present da Leeds, Inghilterra, erano i beniamini delle college radio negli anni ’80 grazie al sound e ai testi post Smiths di pezzi come My Favorite Dress o Everyone Thinks He Looks Daft. Sono passati a tutt’altro livello quando sono andati nel Minnesota per registrare con Albini. Seamonsters è un mix di chitarre noise di altissimo livello e triste romanticismo. Albini tendeva a lavorare con band americane belle toste. Sentirlo alle prese con un trio di teneri britannici, creando una certa tensione tra band e suono, non è stato affatto male. (JD)

Tra i Jesus Lizard e Steve Albini s’è creato un rapporto quasi simbiotico. In un certo senso, erano i musicisti perfetti per il suo modo di fare dischi. Nella sua classica rubrica “Eyewitness Record Reviews” Albini scrisse di aver registrato il loro EP Pure, «l’unico dei loro tre dischi che non sia assolutamente stellare», per suppergiù un dollaro. Goat racchiude la quintessenza dell’arte della registrazione di Albini. Duane Denison urla i testi in faccia all’abisso e la batteria picchia da paura. Brani come Mouth Breather, Nub e Seasick sono puro brutalismo del Midwest, lo stile che ha fatto dei Jesus Lizard una delle band rock più intense dei primi anni ’90. (JD)

No Pocky for Kitty

Superchunk

1991

Un po’ come tutti nel 1991, anche i Superchunk erano fan di Albini e del suo sound. «Eravamo entusiasti avere un progetto che potevamo permetterci», ha detto Mac McCaughan. «Eravamo intimiditi, ma anche abituati a registrare velocemente. E sapevamo che lui voleva catturare il suono del gruppo modo realistico, il che si adattava all’estetica che avevamo in quel momento». Risultato: il loro primo grande album, energico, gioioso, super orecchiabile e pieno di angoscia (ma non troppo) post adolescenziale, dalla scossa iniziale di Skip Steps 1 & 3 a inni tipo Seed Toss, Cast Iron e Punch Me Harder, tutte canzoni che trent’anni dopo fanno ancora scatenare la gente. (JD)

Nel febbraio del 1993, Albini viene incaricato di produrre il primo album dei Nirvana dopo Nevermind. Per una band fieramente punk e anti-multinazionali, non c’era nessuno di più adatto di Albini. Da fan dei Pixies, Kurt Cobain voleva creare il suo Surfer Rosa e uscire dal mainstream che aveva lui stesso creato con Nevermind. Albini lavorò per un compenso forfettario di 100 mila dollari e com’è noto rifiutò le royalties. Registrò la band dal vivo, consigliando di evitare qualsiasi interferenza dei discografici. L’etichetta DGC considerava il disco troppo grezzo e decise perciò di affidare il remix dei singoli al produttore dei R.E.M. Scott Litt. L’idea di Cobain era pubblicare due dischi separati: l’album completo di Albini come I Hate Myself and Want to Die seguito dal remix ammorbidito di Litt come Verse Chorus Verse. Non se ne fece niente, ma i brani fatti da Albini rimangono tra i più grandi dei Nirvana, puri e strazianti proprio come l’intendeva Cobain. (AM)

Rid of Me si apre con la title track, che cattura l’angoscia, la furia, il tormento che un uomo può causare in una coppia, e lo fa in un modo che è ancora devastante dopo 31 anni. E si tratta solo del primo brano. L’uomo che lo registra, che spesso preferiva non essere accreditato e non amava nemmeno essere chiamato produttore, ha compreso l’intensità del materiale e l’ha reso con grandi dinamiche. L’album è stato registrato rapidamente con cantante e band tutti assieme, producendo così un senso di urgenza e un suono live. All’epoca l’approccio di Albini ha attirato qualche critica, certamente non da parte di PJ Harvey. «Ho capito che volevo lavorare con lui dopo aver ascoltato i dischi dei Pixies e sentendo il sound che otteneva, che era diverso da qualunque altro», ha detto la rocker a Spin. «Volevo anch’io quel suono scarno e vero. Era perfetto per le canzoni. È come toccare degli oggetti, come sentire con le dita le venature del legno. Per me è così il suo suono, è qualcosa di tangibile, puoi quasi sentire il suono della stanza». (AL)

At Action Park

Shellac

1994

Con gli Shellac, Albini, il bassista Bob Weston e il batterista Todd Trainer hanno distillato l’estetica rumorosa dei Big Black e dei Rapeman e l’hanno resa più orientata al rock. In At Action Park Albini inizia a scrivere riff su groove di batteria visto che da quel momento con lui c’era Trainer e non una drum machine. L’apertura con My Black Ass, col suo riff vuoto e le voci stridule, è diventata un elemento fisso nei concerti degli Shellac, così come Dog and Pony Show che procede a ritmo di marcia con le percussioni di Trainer. Uscito nel culmine del boom della musica alternativa, At Action Park sarebbe dovuto andare forte su MTV se Albini, che era sempre diffidente verso l’industria musicale, avesse voluto giocare a quel gioco. Invece, lui e i suoi musicisti sono rimasti fedeli alla loro visione, hanno mantenuto i loro lavori di giorno e hanno pubblicato ottimi album come 1000 Hurts (da ascoltare: Prayer to God) e Excellent Italian Greyhound. Il loro sesto album, To All Trains, dovrebbe uscire questo venerdì a una settimana dalla morte improvvisa di Albini. (KG)

Time of Grace

Neurosis

1999

A partire da Times of Grace nel 1999, gli impressionisti del doom metal Neurosis hanno allacciato una lunga collaborazione con Albini che ha contribuito a perfezionare il loro suono. Se l’album precedente della band, Through Silver in Blood, era gonfio di rumore (ammettiamolo: è il miglior album dei Neurosis), Times of Grace ha beneficiato della capacità di Albini di catturare i riff cupi di chitarra della band in modo che i cantanti Steve Von Till e Scott Kelly potessero urlare come dannati senza mai sovrastare la musica. Quando la band ha iniziato in qualche modo a controllare la propria rabbia – nel 2007 circa con Given to the Rising – Albini li ha aiutati a posizionare i loro strumenti in modo che coesistessero perfettamente nello spazio. (KG)

Albini aveva un rapporto speciale con gli Silkworm. Ha registrato i loro album e stretto una bella amicizia con loro. Nel 2005, quando il bravissimo batterista dei Silkworm, Michael Dahlquist, è morto in un incidente d’auto, Albini ha scritto un affettuoso tributo: «Michael apprezzava tutto ciò che gli accadeva, tutto era una meraviglia per lui, un momento di scoperta, di novità e intuizione da celebrare con una risata». Degli album che Albini e Silkworm hanno fatto insieme, Lifestyle (del 2000) potrebbe essere il migliore, dal rock di Treat the New Guy Right, allo sludge alla Crazy Horse di That’s Entertainment, ai momenti più dolci come l’acustica Roots, oltre a una meravigliosa cover di Ooh La La dei Faces. I musicisti erano al massimo come autori e si può percepire l’empatia che condividevano con l’uomo che li ha aiutati a realizzare la loro visione. (JD)

Things We Lost in the Fire

Low

2001

Quasi nello stesso periodo in cui stava perfezionando il metal dei Neurosis, Albini ha portato alla luce i Low, trio di minimalisti del Minnesota. Se i loro album precedenti si compiacevano dell’economia del suono, in Secret Name del 1999 e in modo più impressionante in Things We Lost in the Fire del 2001 Albini ha aggiunto una nuova profondità alla musica del gruppo. Whitetail cresce e si sviluppa lentamente, prima con la voce del cantante-chitarrista Alan Sparhawk in primo piano, e poi con i piatti nervosi della sua compagna, la batterista-cantante Mimi Parker, la cui voce si unisce subito dopo. La voce di Sparhawk non è mai travolgente, anche quando è lo strumento in primo piano come in Dinosaur Act, e alcune delle canzoni, come Laser Beam cantata da Parker, suonano addirittura dolci, una sensibilità che di solito non si associa all’estetica di Albini. (KG)

Mclusky Do Dallas

Mclusky

2002

Nei primi anni 2000 la filosofia di registrazione di Albini ha preso di nuovo vita in questo trio noise gallese estremamente divertente. «La cosa migliore è che le batterie suonano come delle batterie, il basso suona come un basso, la chitarra suona come una chitarra», ha detto Andy “Falco” Falkous, frontman dei Mclusky. «Riesce ad ottenere grandi cose da quel che suoniamo, è perfetto per noi». Perfetto davvero: che Falco stesse urlando insulti e si stesse lamentando su una  ritmica da mal di testa, Albini ha fatto sì che l’intensità fosse sempre al massimo. È senza dubbio l’eredità più chiara del lavoro di Albini di questo secolo. (SVL)

Yanqui U.X.O.

Godspeed You! Black Emperor

2002

Nel 2001 i Godspeed You! Black Emperor si trasferirono presso l’Electrical Audio di Albini a Chicago per registrare quello che rimane uno dei loro album più divisivi, ma cruciali, descritto all’epoca dalla casa discografica come «rock strumentale grezzo, arrabbiato, dissonante ed epico» (molti di quegli aggettivi potrebbero essere applicati all’opera di Albini). Gli obiettivi restano ambiziosi ed elevati, sebbene definiti in modo criptico: «U.X.O. sono ordigni inesplosi, mine terrestri, bombe a grappolo», scrissero. «Yanqui è imperialismo post-coloniale, è stato di polizia internazionale, è oligarchia multinazionale delle corporazioni. Godspeed You! Black Emperor è complice, è colpevole, è resistente». La band trova in Albini uno spirito affine, il suo suono di batteria è militaristico e le chitarre sono un muro di suono in quest’album brutale e inquietante. I fan dei Godspeed rimangono divisi sul posto di Yanqui nel catalogo della band, ma è un ulteriore segnale del dono singolare di Albini di tirare fuori emozioni feroci, sempre e ovunque. (JN)

La bellezza incandescente del secondo album in studio di Joanna Newsom, cinque lunghe canzoni-poema ognuna delle quali ricca di immagini surreali ed emozioni selvagge, avrebbe potuto essere schiacciata dal tecnico del suono sbagliato. La radicale semplicità di Albini era esattamente ciò di cui queste canzoni avevano davvero bisogno: la voce e l’arpa di Joanna vengono messe in risalto in un album che sembrava fuori dal tempo al momento della sua uscita. «Ero in questa piccola stanza con Steve Albini e nessun altro a suonare le canzoni esattamente come sono adesso; è stato un momento abbastanza intenso», ha ricordato Newsom in un’intervista uscita poco dopo l’uscita dell’album. «Eravamo al buio se non per la sola luce di alcune candele e mi sono trovata a evocare momenti piuttosto folli che avevo vissuto. C’è qualcosa nel modo in cui Steve mi ha registrato e nell’ambiente in cui è stato fatto. C’era un senso di vicinanza e spontaneità, e quando ho affrontato le registrazioni mi sono sentita emotivamente al limite. Appena finito ero distrutta» (in seguito lo ha definito «praticamente il miglior produttore del mondo» per poi riunirsi con lui per registrare Divers nel 2015).

Attack on Memory

Cloud Nothings

2012

La band di Cleveland ga iniziato facendo un noise pop low-fi carino, ma con il loro album del 2012, Attack on Memory, hanno beneficiato del suono pieno e spazioso di Albini, ottenendo così un album perfettamente orecchiabile. Il cantante-chitarrista Dylan Baldi ha detto che Albini ha passato gran parte delle session a giocare a poker sul suo computer, ma a quanto parte l’approccio pare abbia funzionato alla grande. Basta ascoltare il power pop di Fall In e Stay Useless, o la sublime di batteria di Separation. La band ha collaborato con Albini nel 2020 per un altro ottimo album, The Black Hole Understands.

Schede di David Browne, Jon Dolan, Andy Greene, Kory Grow, Althea Legaspi, Angie Martoccio, Jason Newman, Simon Vozick-Levinson. Da Rolling Stone US.

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