Il sogno americano diventato realtà

Esistono artisti che, lontano dai lustrini dei palcoscenici tritacarne in cui scorre parte dell’industria musicale italiana odierna, si dedicano semplicemente alla propria arte, lasciando che i risultati parlino per loro. I The Ceasars fanno sicuramente parte di questa categoria. Si tratta di un affermato duo di produttori italiani, nato a Pescara nel primo decennio del 2000, che oggi divide il proprio tempo tra gli Stati Uniti e l’Italia: li abbiamo intervistati per voi.

Il sogno americano raggiunto a basso profilo: intervista a The Ceasars

Dopo aver trascorso i primi anni della loro carriera in Italia, i The Ceasars hanno deciso di puntare direttamente agli States. Il loro punto di svolta è stato nel 2009, quando hanno vinto una battaglia di beat making a New York, un evento che ha dimostrato loro che il sogno di affermarsi nell’industria musicale americana poteva realizzarsi.

In Italia, il loro nome si è fatto strada accanto ad artisti di spicco come Amir, Baby K, Clementino, Gemitaiz, Ghemon, Guè, Mistaman, Mecna e non solo, arrivando quasi a vincere un David di Donatello per aver realizzato la colonna sonora del film Scialla!.

Negli Stati Uniti, dove uno dei membri del gruppo risiede attualmente, i The Ceasars hanno collaborato con importanti nomi del rap americano come Styles P, B.G., Craig G, Cormega, Kool G Rap, Smif-N-Wessun, Jadakiss e persino Eminem. Tra le altre cose hanno anche sperimentato con progetti R&B, come l’EP Audiobiography di Avery Storm nel 2014.

Abbiamo avuto il privilegio di intervistare uno dei due membri, Paolo Catoni, stabilitosi da un po’ di anni a Los Angeles, per scoprire di più sulla storia del gruppo. Una storia che, pur rimanendo lontana dai riflettori, può ispirare molte persone.

Buona lettura!

Nonostante non siate di primo pelo e abbiate un curriculum di livello, navigando sul web non si trovano moltissime informazioni riguardo The Ceasars. Quando e come nasce il progetto?

«Effettivamente hai ragione, sicuramente poi quando abbiamo iniziato noi non c’era il sistema mediatico che c’è oggi attorno al rap quindi di alcune cose si è persa proprio la traccia. Volendo andare a ritroso nel passato, il progetto The Ceasars nasce nel ufficialmente nel 2010 dall’unione di 3 persone. In realtà io avevo iniziato a lavorare con Marco (PStarr) nel 2003 addirittura, lui fece un album in cui rappava con dentro Big Fish, Amir, Tormento, Baby K, in cui c’erano dentro alcune mie produzioni. Successivamente nel 2008-2009 iniziammo a lavorare insieme. Ad oggi The Ceasars è composto da me e Marco.» 

Quando e come arrivate negli States?

«Andai a NY, una prima volta, da solo, nel lontano 2000. Rimasi tre mesi per capire come funzionava un po’ il business. All’epoca per come funzionavano l’industria musicale e internet, per me era lo stesso provare a “sfondare” a Milano o negli States, era difficile alla stessa maniera.

Non c’erano i social, c’era un po’ MySpace, ma era difficile lavorare in maniera proficua a distanza. In Italia contavano i rapporti personali e per esempio io l’unico modo che avevo per fare networking, a Pescara, era provare a organizzare qualche live. Organizzai un po’ di concerti di tanti nomi che poi divennero big, ma era difficilissimo, alcuni si fermavano al di sopra dell’Abruzzo.

Negli anni successivi al 2000 tornai diverse volte negli USA, ma solo ne 2009 iniziai a fare le prime battle di beatmaking lì. Nel frattempo, ci contattò Enrico D’Angelo – che è ancora il nostro manager – un ragazzo che viveva già da diversi anni negli States, era il fondatore di Juice Magazine, una rivista del periodo di Aelle. Stava iniziando a fare questo lavoro: provava a piazzare nelle etichette americane i beat di alcuni produttori italiani. Lavorava anche con Shocca, Squarta, Don Joe e Shablo. Poi loro hanno smesso di lavorarci puntando di più sull’Italia e noi abbiamo continuato.

In quel periodo le beat battle erano molto interessanti. Si vinceva spesso la possibilità di andare a parlare nelle etichette con pezzi grossi, quindi avevi un canale preferenziale importante. Ne facemmo diverse, nel 2009 ne feci due, vincendole entrambe. Una di queste battle passava in ogni grande città americana e a fine anno i vincitori delle singole città si scontravano in una finalissima. Noi vincemmo la data di New York, a pensarci oggi mi sembra ancora assurdo, considera che fece secondo Cardiak. Alla finalissima, che si tenne qualche mese dopo, facemmo secondi, dietro S1, produttore di Power di Kanye fra le altre cose, praticamente una leggenda.

Lì iniziammo a capire che poteva esserci margine per fare qualcosa e nel 2011 uscì il nostro primo mixtape, collaborando con Styles P, Kool G Rap, Smif-N-Wessun, Saigon, Red Cafè e molti altri artisti o affermati o sulla rampa di lancio. Uscì nel circuito mixtape americano, noi andavamo in giro negli eventi a regalare un po’ di copie.

Tornammo per qualche tempo in America nello stesso 2011, e lavorammo un po’ con Styles P e BG quando era nel gruppo con Lil Wayne, per i loro dischi usciti in quel periodo. Dopo quest’esperienza iniziammo a pensare di trasferirci definitivamente lì. 

Passò qualche anno prima di capire il modo di farlo, e nel 2015 tornammo negli States in 3, con l’idea di fare 15 giorni a NY e 15 a LA, essendo che l’industria si stava iniziando a spostare a LA. Alla fine facemmo 15 giorni a New York e due mesi e mezzo a LA, buttando il biglietto del volo di ritorno, perché si era creato un giro di occasioni che non potevamo non cogliere. Lavorammo con diversi artisti pop, per esempio con Capital Cities – quelli che hanno fatto Safe and Sound – ma lavorammo anche con Rick Ross.

Lì capimmo che dovevamo fare il visto e nel 2017 io e Marco ci trasferimmo ufficialmente, nonostante in Italia stava iniziando ad andare molto bene, fu l’anno in cui lavorammo di più, ad esempio con Guè e Gemitaiz.

Trasferiti, tempo di assestarci e arriva la pandemia. Marco decide quindi di tornare in Italia, negli USA da “stranieri” la situazione era un po’ pesante. Col senno di poi è diventata una modalità ottimale per lavorare perché in questo modo i rapporti con gli artisti in Italia possiamo curarli in maniera più diretta.

Io personalmente mi sento a casa qui a Los Angeles, per temi anche lontani dalla musica, non tornerei mai in Italia, se non in vacanza o in pensione.»

Che storia! È stato complesso regolarizzarvi a livello burocratico?

«Più che complesso è stato un incubo. Abbiamo dovuto fare un visto per artisti, quello che fanno agli attori per esempio, in cui dimostri di essere un professionista nel tuo settore e di avere “bisogno” di vivere negli USA. Facemmo letteralmente un libro di 400, 500 pagine con mille informazioni e dati, le referenze delle persone con le quali abbiamo lavorato, articoli di giornale e cose così. L’iter è lungo e ogni tre anni bisogna rinnovarlo. Considera che sono cose che vanno al Governo non puoi mandargli il link del tuo profilo Instagram (ride, ndr). Abbiamo iniziato la pratica nel 2015 ma l’abbiamo terminata nel 2016, quasi un anno dopo.» 

Con quale spirito partecipaste alle prime battle?

«Lo facemmo senza avere nulla da perdere pur consapevoli che potevamo fare bene. Vincerne due all’inizio, di cui una a New York ci diede fiducia, ma soprattutto ci diede coraggio ricevere feedback da gente di livello, come Illmind che fu giudice a una battle e venne da noi gasatissimo chiedendoci i contatti.» 

 Nel corso di questi anni hai mai avuto la sensazione di non esser trattato alla pari dei produttori americani?

«È una sensazione che hai nei primi dieci minuti di una riunione. Poi appena fai sentire qualcosa e piace non ci pensano più. Gli USA sono il capitalismo portato all’eccesso e questa cosa assurda fa sì che non gli importa della tua nazionalità se puoi fargli guadagnare anche solo un euro in più di un altro.»

 Paradossalmente ho l’impressione che se foste rimasti in Italia avreste raccolto meno di quanto fatto negli Stati Uniti…

«Eh sì, abbiamo raccolto meno (ride, ndr).  Personalmente ho sempre avuto il sogno degli States, come ti dicevo nel momento in cui era difficile venire qui o a Milano ho voluto puntare il più in alto possibile e per fortuna ho realizzato tanti piccoli sogni. Per farti un esempio io ho passato giornate intere da ragazzino a sentire il pezzo Last Day di Biggie con i The Lox e lavorare con loro dopo tanti anni è stato incredibile. Sono cose che valgono tutta la fatica, diverse rispetto al lavoro con artisti italiani.» 

 La vostra formazione è stata autodidatta?

«Sì, Marco suona la chitarra e un po’ il piano. Io non suono quasi nulla, ma quello che so fare a livello di produzioni e mix-master l’ho imparato da solo.» 

 The Ceasars equivale a qualità nel mix e master: come sei riuscito a raggiungere questo livello?

«Quando ho iniziato ad avvicinarmi alla musica, il rap in Italia non lo faceva quasi nessuno. Figurati a Pescara, le uniche cose di livello uscite erano i due dischi di Lou X. Nella mia generazione quelli che producevano e facevano mix e master di livello erano Bassi e Squarta. L’unico modo che avevo quindi per far suonare bene un disco era imparare a farlo da solo.» 

Concretamente come hai fatto?

«Trial and error. Prova e sbaglia. Successivamente iniziai ad andare in studio con gente più brava di me ad imparare qualsiasi cosa. Affiancai soprattutto Squarta nel mix del nostro progetto US, Bassi che ha missato delle cose di Amir prodotte da noi e un ragazzo di Pescara che oggi è un eccellenza che si chiama Marco Vannucci. Con lui lavoro ancora oggi, mi confronto sempre con lui per un ultimo check ai lavori che faccio. Ad esempio ho mixato e masterizzato il disco dei 2nd Roof insieme a lui.» 

Quali sono le differenze principali nel modo di lavorare tra USA e Italia?

«La voglia di lavorare e il ritmo che hanno gli artisti negli Stati Uniti le ho viste in pochissimi artisti italiani. Qui quasi tutti passano il giorno intero in studio e fanno almeno un pezzo al giorno. Noi abbiamo per esempio due brani con T.I., che non usciranno mai, perché in un anno lui fa 100-150 brani e poi ne sceglie 14-16 per fare il disco. Ma anche nel caso degli artisti sconosciuti c’è questa serietà incredibile, conosco ragazzi che vengono qui dall’Ohio per esempio e dormono in studio una settimana per registrare. C’è una voglia che non ti riesco nemmeno a spiegare. In Italia non è stato raro che io abbia aspettato sei mesi per una strofa. Per me se fai il rap non puoi metterci sei mesi a fare una strofa, idem se non hai la voglia.

Non ti posso dire chi è che non sa lavorare in Italia (ride, ndr) ma ti posso dire chi lavora da Dio: Guè. Sono sicuro che oggi ha fatto un pezzo. Ti racconto come è nata Equilibrio: Siamo andati in studio che era settembre, il secondo beat che gli abbiamo fatto sentire gli è piaciuto, ci ha detto vi faccio sapere a Natale e appena dopo Natale ci ha dato l’ok. A marzo ci ha mandato il pezzo, a maggio è arrivato a LA, abbiamo masterizzato e siamo andati a cena. Mai un ritardo, mai una scusa. E so che lavora sempre così.» 

Quali sono gli artisti con i quali non avresti mai pensato di lavorare?

«Jadakiss sicuramente, per il discorso che ti facevo prima. Consumai quel disco di Biggie (Life After Death) e nello specifico nella traccia con i The Lox so a memoria la strofa di Jadakiss. Poi sicuramente Rick Ross ed Eminem. Con Eminem purtroppo il pezzo non è mai uscito e mai uscirà, una storia che ci ha spezzato il cuore. La traccia doveva stare su Recovery, per fortuna ce l’ha pagata (ride,ndr). Quella cosa però ci diede una bella botta per capire che eravamo sulla giusta strada.»

 E non ti arriva mai la paura di perdere quello che hai costruito?

«Sempre: ieri, oggi, tra due ore. Sto abbastanza nel loop della sindrome dell’impostore. Ma più che altro ti vengono mille pensieri: i genitori sono lontani, i primi tempi qui è stata dura fare qualsiasi cosa, anche solo prendere casa, pensi spesso se la scelta è stata quella giusta.» 

Ti senti a casa però?

«Sì, ma mi è rimasta nel cuore New York. Sembra strano da dire, ma ha un ritmo che mi somiglia di più. Sai quelle città che per qualche ragione senti più vicine. Anche in quanto terrone la preferisco, lì ci sono molti italiani, la maggior parte originari del sud.» 

Ricordi qualche aneddoto riguardo collaborazioni fatte?

«Una decina di anni fa lavorammo con B.G., tra l’altro pochi giorni prima della sua carcerazione durata fino a pochi mesi fa. I nostri pezzi non erano ufficialmente nell’album, ma ci invitò comunque al listening party, al Chung King, uno studio storico di NY. Ci si avvicina il tipo dell’etichetta e ci dice “abbiamo deciso che i vostri pezzi saranno nel disco”, che però doveva essere chiuso di lì a poche ore. Tanto che B.G. stesso ci disse “mi spiace che i pezzi non sono nel disco” e noi “no, ci hanno appena detto che ci saranno” (ride, ndr). Quindi all’una scappammo in studio per mixarli, uno dei due aveva un campione, non avevamo tempo di fare sample clearance quindi dovemmo anche risuonarlo, ma alla fine andò tutto bene.» 

So che state lavorando con Giaime, puoi dirmi qualcosa?

«Stiamo facendo un po’ di cose insieme, gli stiamo dando una mano sul profilo di direzione artistica principalmente. Qualche produzione la facciamo noi, su altre magari ci rimettiamo mano, per rispettare quello che vuole trasmettere Gimmy.» 

Che ricordo hai di Scialla?

«Molto bello. Mi è servito un sacco, anche solo per prendere i documenti negli States. Anche per come è successo: noi siamo finiti a fare quel film perché Arturo, Side, il figlio di Francesco Bruni, ascoltava Amir da ragazzino. Francesco Bruni ci chiese di usare quel pezzo (Questa è Roma), noi provammo a chiedergli di fare un pezzo ad hoc e poi alla fine facemmo tutta la colonna sonora. Poi è stato bellissimo partecipare ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento; perdemmo dietro a David Byrne, non proprio il primo degli scemi. Fu utile anche a livello creativo, perché sovverti totalmente il modus operandi. A parte i brani veri e propri, per la musica del film devi attenerti a delle tempistiche, a delle atmosfere, devi fare musica guardando le immagini, non è facile ma è molto stimolante.» 

Ti piacerebbe lavorare nuovamente per il cinema?

«Sì, qualcosa poi abbiamo rifatto. Sempre con lui abbiamo lavorato per dei film successivi, l’anno scorso poi ho suonato anche la colonna sonora di un corto, che è stato pluripremiato. Sarebbe bello fare qualcosa da zero che non ha per niente a che fare con il rap.»

Pensi che la musica italiana sia pronta a dire la sua a livello mondiale?

«Nì. La lingua purtroppo è un grande limite: quello che comanda il mondo a livello musicale è quello che succede negli USA, e loro non vogliono staccarsi troppo dall’inglese. Il reggaeton un po’ tira, ma non come i brani in inglese. Poi potranno esserci delle meteore, ma un italiano che rimarrà nella storia a parer mio è difficile potrà esserci da qui a poco. Negli Stati Uniti anche i prodotti super pop hanno un talento enorme. Sembra un discorso banale ma prova a fare lo stesso discorso in Italia. Se tu prendi non so, Ariana Grande, è un fenomeno tecnicamente, oltre il personaggio. Idem tantissimi altri. Pensa anche come identità a The Weekend, Tyler The Creator o Kanye. Io in Italia non vedo rivoluzionari di questo tipo a livello musicale.»

Per chiudere: la tua e la vostra storia, secondo me, è quasi da film, un sogno americano realizzato con talento e sudore. Per certi versi avete più cose in comune con Il Volo, piuttosto che con Dj Shablo, per fare un nome a caso. Mi sembra assurdo che abbiate una considerazione limitata in Italia. Onestamente, come te la vivi?

«Ho fatto pace con l’idea del nemo propheta in patria. Noi abbiamo scelto un percorso particolare, non ci siamo nemmeno mai affiancati per un lungo periodo a un artista, che spesso è la scelta migliore per emergere a livello di nome per il grande pubblico. Noi non abbiamo voluto essere, o non è capitato di essere, “i produttori di”. Non escludo che potremmo farlo in futuro. Sono anche sereno per il fatto che so di avere la stima di tantissimi big in Italia e di aver collaborato con molti di loro e mi va benissimo così.»

 

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